La verità non è mai palese...bisogna cercarla autonomamente

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12 febbraio 2008

Merleau-Ponty Maurice (1908-1961) filosofo francese

Il rapporto originario con il mondo si costruisce attraverso il corpo, la cui dimensione fondamentale è data dall'esperienza vissuta della percezione.
Il mondo è ciò che percepiamo e la fenomenologia si configura essenzialmente come descrizione delle modalità di percezione. Il corpo, infatti, è anteriore e irriducibile alla contrapposizione, costruita a posteriori dalla riflessione e dalle scienze fisiologiche, tra soggetto e oggetto, tra coscienza e mondo. Esso è l'unità indistinta e naturale di questi poli: una mano che tocca è al tempo stesso toccata e viceversa, ossia il soggetto del sentire è al tempo stesso oggetto sentito e viceversa. Merleau-Ponty non può, quindi, condividere la contrapposizione sartriana di in se e per-sé, che ha come conseguenza la concezione dell'intersoggettività come conflitto tra coscienze. L'ambiguità originaria dell'esperienza, quale si mostra nella percezione attraverso il corpo, impedisce di accogliere una concezione per la quale il vero soggetto è unico e non lascia posto all'altro e a una pluralità di coscienze. In questo senso Merleau-Ponty può affermare " io sono un campo intersoggettivo ". La percezione, infatti, in quanto inscindibilmente connessa alla corporeità e non riducibile a coscienza pura, attesta che " il corpo altrui e il mio sono un tutto unico ", cosicché il conflitto tra le coscienze non è la dimensione originaria del rapporto intersoggettivo, ma è la rottura di questa unità e comunicazione originaria, che ha le sue radici nel mondo della vita antecedente a ogni riflessione. L'esistenza viene concepita come incessante ripresa della situazione di fatto (caratteriale, familiare, sociale, ecc.) che la condiziona senza però predeterminarne lo svolgimento; l'esistenza è infatti libera, si svolge sotto il segno della possibilità perché può sempre modificare il suo punto di partenza, riassumendolo entro un progetto inaugurato da un atto di appropriazione della propria vita che le dà il suggello di autenticità; ne consegue che la realizzazione della libertà esige l'impegno e la prassi, giacchè il senso dell'esistenza, ovvero il significato della condizione umana, si rivela solo nel suo essere nel mondo. Ma il suo costitutivo radicarsi nel mondo fa sì che il senso dell'esistenza sia opaco e che la misura umana della libertà non sia un incondizionato potere della coscienza sulle cose, bensì si esplichi entro un limitato campo di possibilità. La libertà non può impedire che il mondo imprima anche all'esistenza il carattere proprio di tutto quanto sta nel suo orizzonte, che è la precarietà e la contingenza: proprio per questo il senso non può mai esorcizzare il non-senso. L'ambiguità dell'esistenza nasce dal fatto che la sua libertà si rivela in effetti l'altro lato del suo essere conficcata nella vita sensibile della percezione. Lungo questa via la fenomenologia esistenzialista e dialettica di Merleau-Ponty incontra la psicoanalisi nella convinzione che l'inconscio non è solo una struttura antropologica, ma anche una fonte di verità. Questa impostazione consente a Merleau-Ponty di respingere le concezioni sartiane del nulla e della libertà. E' vero che il nulla appare nel mondo grazie alla soggettività e alla possibilità di trascendere il mondo e di annullare i propri progetti in ogni attimo, ma questa possibilità è sempre al tempo stesso quella di cominciare qualcos'altro, cosicché " noi non rimaniamo mai in sospeso nel nulla ", bensì " siamo sempre nella pienezza, nell'essere ". Allo stesso modo, egli rifiuta la nozione di il libertà assoluta, sganciata da ogni condizionamento, la quale porta alla conclusione della equivalenza delle scelte. La libertà assoluta è incompatibile con la nozione di situazione, ossia con l'essere-al-mondo, attraverso la corporcità e la percezione, che è proprio dell'uomo: " io non sono mai una cosa e non sono mai una coscienza nuda ", cosicché la libertà è sempre incontro di esteriore e interiore, è sempre condizionata e inserita in un orizzonte di possibilità. L'alternativa tra libertà assoluta e determinismo è, dunque, meramente fittizia. Libertà per Merleau-Ponty significa nascere e precisamente nascere dal mondo in quanto campo già strutturato di possibilità, ma al tempo stesso nascere al mondo, in quanto il mondo non è mai una totalità chiusa e definitiva ma è un orizzonte aperto al quale possono essere conferiti significati. In questo modo acquistano senso ed efficacia le scelte, l'impegno e la responsabilità umana all'interno della storia, come insieme contingente dei progetti umani.

Il corpo proprio, cioè il corpo senziente, ci insegna un modo di unità: io non sono di fronte al mio corpo ma sono il mio corpo. Tale unità è chiamata lo schema corporeo, che significa che io tengo in un possesso indiviso il mio corpo e conosco in modo immediato la posizione delle mie membra, e che i movimenti del corpo formano un sistema con gli oggetti esterni. Attraverso questa unità preriflessiva, il mio corpo è polarizzato verso dei compiti, è intenzionale.
Attraverso il fenomeno della parola, uno dei moti espressivi del corpo, Merleau-Ponty mostra l’intenzionalità del corpo, il suo oltrepassarsi verso qualcos’altro, il suo potere di significazione. Attraverso il significato gestuale ed emozionale della parola, attraverso la mimica che le è connaturata si può vedere come agli organi del corpo corrispondano delle emozioni, ovvero come vi sia una strutturazione simultanea fra l’uso del proprio corpo e il proprio mondo dell’emozione. Ciò che si impara allora è che è il corpo a mostrare, è il corpo a parlare. L’intenzionalità del corpo conduce a superare la separazione classica di soggetto e oggetto. La tradizione cartesiana ci ha insegnato a separarci dall’oggetto, a vedere il corpo come una somma di parti senza interiorità e l’anima o la coscienza come un essere completamente pieno e trasparente a se stesso. Mentre l’esperienza del corpo mostra un modo di esistenza ambiguo. Esso non è oggetto, se tento di pensarlo come un fascio di processi in terza persona mi accorgo che non li posso collegare con semplici rapporti di causalità, ma essi sono tutte ripresi e coinvolti in un “dramma unico”. E per lo stesso motivo la coscienza che ho del corpo non è un pensiero, non posso comporlo e ricomporlo, la sua unità è sempre confusa, posso soltanto viverlo e confondermi con esso.
Una volta descritta l’ambiguità del corpo, Merleau-Ponty si rivolge alla struttura e alla costituzione dell’oggetto percepito, in rapporto al corpo.
Continua…

tratto da wikipedia

15 gennaio 2008

Galileo Galilei...Giordano Bruno!

Ieri guardando la tv (che non guardo quasi mai…) mi sono imbattuta nel tg2 delle 20.30. Già altre volte notai che questo tg, come del resto e purtroppo anche altri, è diventato il feudo del Vaticano, la seconda casa della chiesa cattolica…fu uno spettacolo indecente. Hanno dato delle notizie quasi del tutto false e hanno fatto passare per dei pazzenti i 60 scienziati dell’Università la Sapienza, che democraticamente e secondo il principio che ognuno può pensare ed esprimere liberamente il proprio pensiero, hanno raccolto firme contro la visita del papa che avverrà giovedì prossimo nella loro Università.
Successivamente a questa notizia hanno mandato in onda un servizio sul filosofo e scienziato del '600 Galileo Galilei e sulla chiesa cattolica di allora, difendendo quest’ultima spudoratamente e giustificandone gli atti osceni di allora.
Partendo da un sondaggio, che a detta del tg2 era stato condotto tra gli studenti de la Sapienza, emergeva il fatto che alcuni di loro pensassero che Galilei fosse stato bruciato vivo dalla chiesa, ed il tg2 ha voluto sottolineare che non è così…infatti, aggiungo io, non fu lui ad essere bruciato vivo a causa e per volontà della chiesa, ma il filosofo e pensatore nolano GIORDANO BRUNO NEL 1600, PERCHE’ NON VOLLE RITRATTARE IL SUO PENSIERO E LE SUE TEORIE CHE ERANO STATE DICHIARATE ERETICHE DALLA CHIESA CATTOLICA.
IL FILOSOFO GIORDANO BRUNO FU TORTURATO SEMPRE DALLA STESSA CHIESA E MORI’ ARSO VIVO A CAMPO DE’ FIORI A ROMA.
Qui un servo della chiesa potrebbe ribattere che non fu proprio la chiesa a bruciarlo, ma il Governatore di Roma…certo, perché la chiesa sapeva (…sa) bene come demandare agli altri quello che in realtà ordinava questa.
“Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato Giordano Bruno, "eretico impenitente", pertinace, ostinato, fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Cardinal Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice.

Nel sommario del processo ci sono tramandati i capi d’accusa (24) ma non quelli ritenuti provati nella sentenza, che peraltro ci sono così riferiti dallo Schopp, a memoria:
1. Negare la transustanziazione;
2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
4. Aver scritto contro il papa lo "Spaccio della bestia trionfante";
5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un anima sola informi due corpi;
7. Ritenere la magia buona e lecita;
8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
13. Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu impiccato;
14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine. “

da www.giordanobruno.info

Galilei non fu bruciato vivo dalla chiesa, fu comunque dichiarato eretico e nel 1616 LA SUA TEORIA ELIOCENTRICA VENNE CONDANNATA DALLA CHIESA e lo stesso CARDINALE BELLARMINO GLI IMPOSE DI ABBANDONARE del tutto LA SUA TEORIA e di non difenderla o insegnarla a voce o per iscritto.
Vorrei ricordare che i filosofi nonché scienziati del Seicento hanno aperto la strada alla scienza moderna cosa che invece la chiesa ha sempre ostacolato e ostacola tutt’ora.

In ultimo vorrei mettervi in guardia dal ritenere veritiere le notizie ed informazioni data dai tg in televisione. La maggior parte delle informazioni sono date in modo approssimativo e molte volte non corrispondono al vero o comunque non vengono nemmeno contestualizzate in modo tale da far passare ciò che a loro (o a chi li comanda a bacchetta ) fa più comodo.
scritto da Silvia

20 agosto 2007

Giordano Bruno

Il pensiero di Giordano Bruno non può essere scisso dalla sua vicenda personale, dalla sua tragica fine. Un corrispondente di Keplero (che apprezzava l'opera di Bruno) gli confessava, nel 1608, di non essersi saputo dare ragione della fine del filosofo: dal momento che non credeva più in un Dio di giustizia, distributore supremo di pene e di premi nell'aldilà, perchè sopportare tanti patimenti soltanto per difendere la verità? Era una domanda grave, che ci fa pensare al diverso comportamento di Galileo e ci ripropone il problema del significato di tutta la cultura del Rinascimento, di cui Bruno costituisce insieme, il culmine e l'epilogo. Proprio rifiutandosi di rinnegare le proprie idee, lui che non credeva più nelle tavole dei valori, si faceva martire e confessore di altri valori e di un altro modo di concepire la vita. Egli, come altri uomini del Rinascimento, aveva affermato che la dignità dell'uomo, la sua nobiltà, il suo significato, dipendono dal suo agire; che il premio dell'azione è nel senso dell'azione, nella sua fecondità, in quello che l'azione dà per se stessa. Ma questa concezione della vita, che rompeva con una vecchia morale, non significava rifiuto di vincoli morali, bensì una morale nuova e più rigorosa intesa come responsabilità personale e profonda. Proprio quello che l'amico di Keplero non capiva nel gesto di Bruno costituiva la maggiore conquista di una civiltà di cui la fermezza del filosofo diventava il simbolo.

da http://www.giordanobruno.info/
consiglio la visione del film "Giordano Bruno" con Gianmaria Volontè.

continua....

20 aprile 2007

pensieri filosofici

Cos’è importante? Un sentimento: la consapevolezza di sè e il sentire l’essere altro come parte del nostro mondo. Tra la moltitudine degli esseri viventi che incontriamo nella vita, solo alcuni entrano in "contatto" con il nostro microcosmo, il nostro corpo, il nostro sentire, la nostra persona. Può essere un gesto, uno sguardo, un odore o profumo, una carezza a dirci: questo è importante, mi importa, lo "porto con me" , dentro di me ( dal latino composto di in- 'dentro ' e, portare).
Anche le parole aiutano l’incontro, ma saranno inutili se la percezione che abbiamo di queste non scaturissero un significato altro dal semplice udire. E’l’ascolto di quella parola o suono che può rimandare a quella parte della memoria sensoriale che è unica, irripetibile e diversa in ognuno di noi.
Per capire come percepiamo l’altro dobbiamo prima chiederci come percepiamo il nostro corpo. Come lo sentiamo? Attraverso la consapevolezza fisico-sensoriale del corpo ( come ci percepiamo, l'autoconsapevolezza) e attraverso il contatto che abbiamo con l'esterno, l'essere altro, il mondo circostante.
A tal proposito possiamo collegarci alla concezione dell’essere nel mondo, la gettatezza di Martin Heidegger (1889-1976) in Essere e Tempo (1927).
Per Heidegger l’esserci –Dasein- è l’essere nel mondo. L’analitica dell’esserci non prende in considerazione solo il soggetto, ma anche l’oggetto perché l’esserci è costitutivamente apertura al mondo e comprensione di esso.
Infatti l'essere dell'esserci è essere-nel-mondo, il che significa prendersi cura degli enti, utilizzarli e maneggiarli, progettare trascendendoli per realizzare un progetto che fa capo all'esserci stesso.
Il mondo in cui l’esserci è, per Heidegger, non è né l'insieme degli enti intramondani, né ciò che li contiene, ma è lo spazio in cui gli enti ci appaiono; il mondo è un esistenziale, cioè una struttura dell'esserci, non un ente esso stesso.
Uno dei modi di essere nel mondo dell’uomo è l’affettività, nella quale l’uomo si sente gettato nel mondo, sente la sua fatticità. Altri modi di essere nel mondo sono il comprendere, il progettare e il parlare.

A mio avviso la comprensione ha a che vedere con la partecipazione. L’essere umano si dovrebbe interrogare sul perché si arriva alla decisione della partecipazione. Tornando al discorso sull’importanza, allora dico che è importante ciò che decido sia importante per me. Ma la decisione non può prescindere dal contesto e dalla struttura fisico emotiva della persona stessa.
Nel momento in cui decido di entrare in contatto con l’altro, come percepirò poi il ricordo di quel contatto? Ovvero come sarà la manifestazione emotivo sensoriale di quel momento?
Il ricordo si manifesterà come uno stato d’animo uguale a se stesso e differente ogni volta lo si ricordi.
scritto da Silvia

12 aprile 2007

Da "La Gaia Scienza" - Friedrich Nietzsche

Richiesta

Conosco il cuore di molti uomini
E non so, di me, quel ch’io sono!
Troppo il mio occhio m’è presso-
Quel che vedo e che vidi non sono.
Più d’aiuto a me stesso sarei,
se potessi situarmi più lontano.
Non sì lontano come il mio nemico!
Che già l’amico mio troppo è distante-
Ma a metà strada tra me stesso e lui!
Indovinate voi ch’io richiedo?